ANZAC day: il 25 aprile celebrato agli antipodi di Giorgia Riuzzi

18 Marzo 2025 Centro Studi Grandi Migrazioni Comments Off

Come ogni anno, dall’altra parte del mondo, australiani e neozelandesi si accingono a celebrare il 25 aprile. E sebbene anche la loro sia una ricorrenza a ricordo di chi ha lottato, il 25 aprile degli antipodi non è il 25 aprile italiano.

Ogni anno, lo stesso giorno in cui in Italia si ricorda la liberazione dall’occupazione nazista e dal fascismo, Australia e Nuova Zelanda celebrano l’ANZAC day, così chiamato utilizzando la sigla degli Australian and New Zealand Army Corps. E cioè quel corpo armato formato da soldati australiani e neozelandesi che durante la Prima guerra mondiale partecipò con le forze alleate alla campagna di Gallipoli, nella penisola omonima, con l’obiettivo di liberare lo stretto dei Dardanelli, occupare Costantinopoli (oggi Istanbul) e costringere l’Impero ottomano ad abbandonare il conflitto, ristabilendo così le comunicazioni con l’Impero russo attraverso il Mar Nero.

Sbarcati nella penisola nel 1915, proprio il 25 aprile, gli ANZAC, assieme alle altre truppe alleate, incontrarono però una fortissima resistenza da parte dei Turchi e quella che doveva essere un’operazione vittoriosa e relativamente rapida si trasformò velocemente in una lunga e sanguinosa serie di battaglie che terminò solo circa otto mesi dopo con il ritiro delle stesse truppe e la morte di più di 8.500 soldati australiani e quasi 3.000 neozelandesi (nonché con circa 250.000 fra morti e feriti per l’intero corpo di spedizione della Triplice intesa).

La ricorrenza prende ufficialmente il nome di ANZAC day già nel 1916 e, da allora, è festa nazionale per entrambi i paesi, celebrata non solo a ricordo dei soldati che parteciparono alla campagna di Gallipoli ma anche in onore di tutti gli australiani e neozelandesi, uomini e donne, che hanno prestato il proprio servizio in situazioni di guerra e conflitto e in operazioni di pace.

All’alba, ogni anno in questa data, nella capitale Canberra e in tutte le principali città australiane e neozelandesi, si tiene il dawn service, cioè una cerimonia commemorativa che, a partire dalle 5.30 della mattina, si svolge secondo un rituale tradizionale e che comprende vari eventi, fra cui la marcia dei veterani. La scelta di celebrare questa commemorazione all’alba (dawn, appunto) è legata a quel momento della giornata in cui, tipicamente, i soldati occupavano le proprie postazioni sui fronti di guerra in quanto tempo ideale per lanciare (o ricevere) le offensive. Attimi quotidiani in cui i soldati rientrati ricordano di aver percepito e condiviso un fortissimo senso di cameratismo.

Si tratta di un evento che raccoglie un’enorme partecipazione da parte della popolazione, di ogni età e di ogni estrazione sociale e culturale; e nel 2015, a Melbourne, ho personalmente avuto l’occasione di parteciparvi. Tutti i mezzi di trasporto pubblici erano stati potenziati e messi a disposizione gratuitamente già a partire dalle 4.00 in modo che chiunque, da ogni angolo della città, potesse facilmente raggiungere il centro. Ricordo di aver preso il tram dal mio quartiere periferico pochi minuti dopo le 4.00 e ricordo altrettanto perfettamente il mio stupore nel vedere, già a quell’ora, i mezzi completamente pieni. Dal centro, il fiume di persone di cui ormai facevo parte si è diretto a piedi, silenziosamente e ossequiosamente, verso lo Shrine of Remembrance, il monumentale santuario eretto a memoria dei caduti in guerra che si trova a meno di mezz’ora di camminata dal punto più centrale di Melbourne. La via da percorrere era chiara, anche perché affiancata da una striscia di marciapiede ricoperta di poppies (papaveri rossi) fatti a mano, quasi tutti all’uncinetto, i fiori che durante la Prima guerra mondiale simboleggiavano la speranza poiché erano fra le prime piante a crescere e fiorire sul fronte europeo occidentale, ricoprendo i campi di battaglia di Francia e Belgio.

Alle 5.30 in punto inizia la cerimonia, fatta di passaggi rituali, poesie recitate e canti, rintocchi e silenzi che raccontano e ricordano di anno in anno non solo gli eventi di Gallipoli ma anche i momenti quotidiani di vita e di battaglia di quei soldati: il momento in cui si dovevano svegliare e poi preparare per la battaglia, il momento in cui potevano lasciare le proprie posizioni e in cui iniziava il riposo. Finalmente, risuonano gli inni nazionali e al termine della funzione i cittadini sono invitati a depositare nel santuario un poppy (che potevano raccogliere lungo la propria marcia), per poi procedere ordinatamente verso la zona allestita dall’esercito e in cui viene servita una colazione gratuita a base di salsiccia e uova.

Ricordo gli eventi ma, soprattutto, ricordo le sensazioni e l’atmosfera fatta di rispetto e desiderio di sapere e di conoscere. La curiosità nei volti dei bambini tenuti in spalla o per mano ai genitori e la commozione degli anziani, molti in divisa. Mai avrei pensato di vedere raccolte così tante persone, a quell’ora del giorno e in condizioni atmosferiche così avverse (pioveva!). Terminata la cerimonia e consumata la colazione ci siamo tutti diretti nuovamente verso le nostre case o verso i luoghi in cui avremmo continuato la nostra giornata, con ordine e chiacchierando del più e del meno, ma con qualcosa di diverso nello spirito. Per alcuni credo fosse gratitudine, per altri ammirazione. Immagino anche che in molti si stessero ponendo delle domande a cui è difficile trovare risposta; io ero fra quelli. In ogni caso, tutti si erano radunati per ricordare. E così come si trova inciso nei moltissimi monumenti sparsi in tutto il paese a commemorazione dei caduti in guerra: Lest we forget, a perpetua memoria