Nel lontano 2008, con l’entusiasmo di una giovane universitaria che per la prima volta metteva piede fuori dall’Europa, partii con zaino e valigia per affrontare un semestre di studi a Melbourne.
Sull’Australia fantasticavo già da tempo. Da quando ancora alle scuole elementari avevo preparato una ricerca di geografia riguardo animali esistenti solo lì (il canguro, il koala), o seguivo le avventure di Jacques Cousteau nei fondali marini della West Coast. O ancora, da quando un’amica di famiglia, nata in Australia negli anni ’60 da genitori veneti, mi raccontava della sua infanzia trascorsa a Adelaide.
Una terra ricca di biodiversità ma anche di cultura e di storia, quella australiana; un mix di genti provenienti da ogni angolo d’Europa che si trovarono a dover convivere con gli aborigeni, i “veri” abitanti originari di questo vasto continente.
In Australia, il dibattito sui diritti delle comunità aborigene e sulla conservazione dei luoghi a loro sacri è ancora molto attuale. Non sempre, purtroppo, i governi hanno colto l’importanza della valorizzazione dei popoli aborigeni in quanto veri custodi di quella terra.
A partire dal 1992 attraverso una sentenza della Corte Suprema il governo australiano ha iniziato a riconoscere agli aborigeni un “titolo di proprietà nativo” sulle loro terre.
Per gli aborigeni, ogni elemento della terra ha un’anima e comunica con gli altri elementi attraverso i “canti” – così come ricorda lo stesso Bruce Chatwin nel suo bellissimo libro “Le Vie dei Canti”. E mi riferisco proprio a qualsiasi elemento della natura, non solo ad animali e piante, ma anche alle stesse rocce.
È il caso del monolite roccioso di Uluru (o Ayers Rock, in inglese), esempio emblematico di luogo sacro e di come negli anni ci sia stata una riappropriazione dei propri spazi da parte delle popolazioni aborigene.
Uluru è parco nazionale dal 1950, anno che sancì anche l’inizio dello sfruttamento turistico. Il monolite appare come un enorme dorso di mammifero accovacciato, di colore arancio intenso, lo stesso colore del deserto del Central Australia. In due momenti della giornata, all’alba e al tramonto, i raggi del sole rendono questo luogo uno spettacolo per gli occhi.
Uluru però è anche una montagna sacra che per molto tempo gli aborigeni hanno cercato di difendere dall’assalto di quei turisti che, nel corso degli anni, la scalavano aggrappati alle funi d’acciaio installate lungo le dorsali.
Per fortuna negli anni la sensibilità dell’opinione pubblica rispetto alla preservazione della cultura e dei luoghi sacri aborigeni è aumentata. Dal 2019 infatti non è più possibile visitare Uluru né tantomeno scalarlo, dato che i flussi turistici avevano raggiunto livelli insostenibili di overtourism.
Chi oggi visita il sito di Uluru può comunque ammirare da un punto panoramico questo monolite unico stagliarsi nel deserto, ricordandoci che l’uomo è parte della natura così come lo è qualsiasi altro elemento. E che il futuro di ciascun elemento – animato o meno che sia – dipende (anche) dalla sensibilità di ognuno di noi.
Uluru: la montagna sacra agli aborigeni australiani di Alessandra Luisetto
Nel lontano 2008, con l’entusiasmo di una giovane universitaria che per la prima volta metteva piede fuori dall’Europa, partii con zaino e valigia per affrontare un semestre di studi a Melbourne.
Sull’Australia fantasticavo già da tempo. Da quando ancora alle scuole elementari avevo preparato una ricerca di geografia riguardo animali esistenti solo lì (il canguro, il koala), o seguivo le avventure di Jacques Cousteau nei fondali marini della West Coast. O ancora, da quando un’amica di famiglia, nata in Australia negli anni ’60 da genitori veneti, mi raccontava della sua infanzia trascorsa a Adelaide.
Una terra ricca di biodiversità ma anche di cultura e di storia, quella australiana; un mix di genti provenienti da ogni angolo d’Europa che si trovarono a dover convivere con gli aborigeni, i “veri” abitanti originari di questo vasto continente.
In Australia, il dibattito sui diritti delle comunità aborigene e sulla conservazione dei luoghi a loro sacri è ancora molto attuale. Non sempre, purtroppo, i governi hanno colto l’importanza della valorizzazione dei popoli aborigeni in quanto veri custodi di quella terra.
A partire dal 1992 attraverso una sentenza della Corte Suprema il governo australiano ha iniziato a riconoscere agli aborigeni un “titolo di proprietà nativo” sulle loro terre.
Per gli aborigeni, ogni elemento della terra ha un’anima e comunica con gli altri elementi attraverso i “canti” – così come ricorda lo stesso Bruce Chatwin nel suo bellissimo libro “Le Vie dei Canti”. E mi riferisco proprio a qualsiasi elemento della natura, non solo ad animali e piante, ma anche alle stesse rocce.
È il caso del monolite roccioso di Uluru (o Ayers Rock, in inglese), esempio emblematico di luogo sacro e di come negli anni ci sia stata una riappropriazione dei propri spazi da parte delle popolazioni aborigene.
Uluru è parco nazionale dal 1950, anno che sancì anche l’inizio dello sfruttamento turistico. Il monolite appare come un enorme dorso di mammifero accovacciato, di colore arancio intenso, lo stesso colore del deserto del Central Australia. In due momenti della giornata, all’alba e al tramonto, i raggi del sole rendono questo luogo uno spettacolo per gli occhi.
Uluru però è anche una montagna sacra che per molto tempo gli aborigeni hanno cercato di difendere dall’assalto di quei turisti che, nel corso degli anni, la scalavano aggrappati alle funi d’acciaio installate lungo le dorsali.
Per fortuna negli anni la sensibilità dell’opinione pubblica rispetto alla preservazione della cultura e dei luoghi sacri aborigeni è aumentata. Dal 2019 infatti non è più possibile visitare Uluru né tantomeno scalarlo, dato che i flussi turistici avevano raggiunto livelli insostenibili di overtourism.
Chi oggi visita il sito di Uluru può comunque ammirare da un punto panoramico questo monolite unico stagliarsi nel deserto, ricordandoci che l’uomo è parte della natura così come lo è qualsiasi altro elemento. E che il futuro di ciascun elemento – animato o meno che sia – dipende (anche) dalla sensibilità di ognuno di noi.
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